C'era una volta... la sezione

La sezione che fu del PCI, affacciata in Su Sotziu, ha rappresentato molto più che un edificio. Ha rappresentato la storia del paese. Un simbolo di potenza, di identità. Per decenni è stato un vanto enorme. La sezione di Pattada. La sezione Enrico Berlinguer. Importante e autorevole nella Federazione sassarese. Per numero di tesserati, per capacità organizzativa, per cultura di partito, per qualità del lavoro politico.
Era Il PCI, che noi nati dopo la caduta del Muro di Berlino abbiamo potuto conoscere soltanto nei racconti nostalgici. Ci sono centinaia e centinaia di libri di testimonianze che ci raccontano cosa fu il PCI: la comunità, la famiglia comunista. E, nel nostro piccolo, il fascino di quel luogo nel pieno centro del Paese era certamente suggestivo. Ci sono entrato fin da piccolo, con il timore reverenziale per l'austerità del posto, la severità dell'edificio e, a volte, per il volume e il tono delle discussioni. Ci ho vissuto le feste e le vittorie. La prima festa che ricordo è la chiusura della campagna elettorale che poi avrebbe portato alla vittoria di Antonello Deiosso. Ero piccolissimo, ed ebbi un attacco d'asma come non ne avevo mai avuti e sentivo il cuore pulsare fortissimo al ritmo dei bassi del complesso che suonava.
L'ultima festa, quella di Mario Deiosso, mio zio, nel 2010. I festeggiamenti immediati proprio sotto la sezione. E il compagno Tore Bua a cantare Bella Ciao, l'Internazionale e Bandiera rossa dal terrazzo tra l'imbarazzo dei presenti. E quello era anche l'anno della mia maturità. Il giorno in cui ho dato l'orale e finito l'esame era lo stesso in cui è stata fatta la festa alla colonia: il 3 luglio del 2010.
C'era entusiasmo, e ancora certamente una parte di quel senso di comunità che aveva fatto grande il PCI pattadese. C'era ancora quella presuntuosa pretesa di diversità, l'orgoglio, che ci facevano credere di far parte di qualcosa di grande.
Quel qualcosa non c'è più. Il PCI non c'è più. Non c'è più neanche il Pds, né ci sono i Ds. Hanno lasciato il posto a un Partito che fin dalla nascita ha dimostrato di non essere in grado di portare sulle spalle quella grande storia, neanche quando era la ditta bersaniana. Anche se le persone, alla fin fine, sono rimaste bene o male le stesse.
Qualcosa ha smesso di funzionare. I tesserati non sono neanche una minima parte di quelli che furono; i militanti sono inesistenti; i dirigenti sono sempre più insofferenti. Perché gli anni lasciano i segni. Come li lasciano le sconfitte e le battaglie. Due batoste belle sonore alle amministrative. E la rincorsa al colpevole, a chi ha tradito. L'incapacità di riunirsi per analizzarle, quelle sconfitte. E l'odio neanche più mascherato, solo personale e viscerale. E la divisione suprema: Renzi! Quello che, nel momento in cui il partito era già agonizzante, ha dato il colpo di grazia. Perché dall'ascesa di Renzi il partito ha smesso del tutto di essere comunità politica, per diventare comitato elettorale del leader (anche se le premesse di questa trasformazione c'erano già prima).
Non un solo organismo del Pd ha più funzionato. Non l'assemblea nazionale né la direzione. E così via via verso il basso, fino al circolo, non più sezione, di Pattada. Gli organismi sono diventati soltanto luoghi di conta della maggioranza, sedi di conferma di decisioni prese altrove. Sempre più superflui.
Poi, semplicemente, hanno smesso di essere. E basta. Niente più comunità, niente più vivacità. Niente più luci e bandiere. Niente discussioni e politica. Tabula rasa.
Per quanti anni la un tempo gloriosa sezione/circolo di Pattada è rimasta con le bandiere distrutte, sfilacciate e ammainate nel terrazzo dove cantò il compagno Tore Bua? (Se si usa Google Maps l'ultimo aggiornamento di Street View risale ad agosto 2024, osservate nella foto le condizioni di quella bandiera… Ma se si passa oggi la situazione non è cambiata).
Per quanti anni la luce della sezione, fioca ma costante in passato, è restata spenta? Dove un tempo c'era la storica insegna del Partito è rimasto il vuoto delle ringhiere spoglie e arrugginite. Dentro, dove c'erano i cimeli, la foto di Berlinguer, la quanto mai attuale bandiera cubana, i manifesti dell'Ulivo e delle feste dell'Unità, è rimasto il vuoto del perlinato, esteticamente molto discutibile, bucherellato qua e là.
Io ho continuato a pensare a quella sezione tutte le volte che sono passato in Su Sotziu. E mi vantavo di aver fatto parte di quella storia così enorme, di cui ho smesso di far parte quando ormai veniva distrutto dall'alto, dal segretario nazionale in persona. Però continuava a venirmi spontaneo, nelle serate estive, seduto da Quelli della Notte, guardare con un po' di malinconia e molto affetto quel terrazzo consumato e malandato. Forse anche con un po' di ingenua speranza, che di colpo un giorno resuscitasse. Che di nuovo tornasse a essere un luogo politico. Il luogo politico pattadese, quello che avevo conosciuto da ragazzino.
E invece ora, tristemente, non mi resta che rassegnarmi. Non resta che riconoscere che quel luogo non esiste più. Definitivamente. Esiste, ma solo fisicamente. Senza spirito né memoria. Senza più possibilità di rinascita. Perché la politica non ci passa più neanche da lontano. Al suo posto ci sono solo antipatie e dispetti, o ambizioni da vice-sindaco e forse qualcos'altro. Senza nessun ideale né identità, senza rispetto del passato né idea di futuro.
Quanto poco ci vuole a distruggere la storia e il romanticismo di un simbolo.
Per anni abbiamo pensato con amarezza alla poco romantica fine di Botteghe Oscure, che da sede gloriosa del PCI divenne sede di un discount. Non pensavamo che potesse esserci di peggio.
E invece…
Giacomo Multinu