Il massacro dei profeti

Genova, 19-20-21 luglio 2001. Il centro della città viene blindato per il summit del G8, come una fortezza medievale. Gli 8 potenti dentro, e il mondo fuori. Centinaia di migliaia di persone si riuniscono per protestare contro la brutta piega che sta prendendo il mondo. Più di mille associazioni, da tutto il pianeta, aderiscono al manifesto del Genoa Social Forum. Un enorme movimento dei movimenti al cui interno c'è di tutto: dall'associazionismo cattolico alle organizzazioni giovanili di alcuni partiti, Rifondazione comunista e i Verdi, ma anche Emergency, il gruppo Abele di don Ciotti, la rete Lilliput, la LILA (Lega Italiana per la Lotta all'AIDS), i sindacati di base e i centri sociali del Nord-Est. Due slogan riuniscono tutte le istanze: Un altro mondo è possibile e Voi G8, noi 6 miliardi.
Chiedevano molte cose, quelli di Genova: un impegno forte sui cambiamenti climatici e un controllo più stringente sull'inquinamento; la regolamentazione dell'economia, la limitazione dello strapotere delle grandi multinazionali, l'istituzione della Tobin Tax; l'annullamento del debito per i Paesi del Terzo Mondo; uno sforzo da parte delle potenze militari verso il disarmo ed il raggiungimento della pace. Inutile dire che abbiamo buttato vent'anni.
Nessuno dei grossi problemi sollevati a Genova nel 2001 è stato affrontato seriamente né risolto. I mutamenti climatici si mostrano in maniera sempre più violenta e drammatica; le diseguaglianze economiche e sociali crescono ininterrottamente; la ricchezza planetaria continua a crescere ma si concentra nelle solite poche tasche; le grosse multinazionali hanno ancora più potere di vent'anni fa e minano le basi stesse della democrazia; tanti Paesi, anche fra quelli sviluppati, hanno potuto saggiare, sulla pelle dei propri cittadini, le dinamiche distruttive e sadiche del debito come arma di ricatto da parte degli organismi internazionali; le agenzie di rating, con il loro giudizio, controllano i governi annullando e vanificando la partecipazione elettorale dei cittadini.
C'è solo una grossa differenza tra il mondo di 20 anni fa e quello di oggi. 20 anni fa la protesta era la dimostrazione che qualcuno immaginava un'alternativa, oggi no. Si è passati da Un altro mondo è possibile all'egemonia assoluta del TINA, There is no Alternative (non ci sono alternative al modello del capitalismo liberista). Come è stato possibile?
Forse una parte della spiegazione sta proprio in quei giorni di Genova di vent'anni fa. Nella violentissima repressione messa in atto dallo Stato. La gestione dell'ordine pubblico ha oscurato completamente le istanze dei manifestanti (non i lavori del Summit, considerato unanimemente inutile per la nullità di risultati prodotti). Le richieste delle piazze sono state coperte con il sangue dei manifestanti, con le loro urla mentre venivano pestati per strada, senza motivo, o mentre venivano torturati nelle strutture di Bolzaneto e Forte San Giuliano. I profetici avvertimenti dei manifestanti sono stati soffocati da quella che Amnesty International ha definito come «una violazione dei diritti umani di dimensioni mai viste nella recente storia europea».
È emersa la fragilità della nostra democrazia: migliaia di persone in balìa dell'arbitrio delle forze dell'ordine, come nei peggiori regimi autoritari (non è un caso che si sia parlato di macelleria messicana e di rappresaglie cilene); quando sono emerse le raccapriccianti testimonianze dei fatti di Bolzaneto abbiamo capito che parole come tortura e desaparecidos erano adattabili anche al nostro paese, con forze dell'ordine che tentavano di annientare umiliando e minacciando cittadini che avevano la sola colpa di aver manifestato il dissenso.
Il bilancio di Genova 2001: 6200 candelotti di lacrimogeni e 20 colpi di pistola sparati, 50 miliardi di lire di danni, più di 1200 feriti. E un morto, un ragazzo di 23 anni, Carlo Giuliani.
E forse c'è di peggio. Il nostro Paese, negli ultimi 20 anni, si è dimostrato completamente inadatto a riformarsi per evitare che i giorni di Genova si possano replicare. Il nostro Parlamento è stato incapace di istituire degnamente il reato di tortura (nonostante una condanna della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo e nonostante la firma della Convenzione dell'ONU dell'84 sulla tortura) e di migliorarsi nella gestione dell'ordine pubblico prevedendo l'obbligo di un codice identificativo sulle divise. Con questo semplice strumento sarebbe stato molto più complicato, per gli agenti colpevoli di reati osceni e indegni di un paese civile, conservare l'impunità come è avvenuto e mantenere un atteggiamento ostruzionistico nei confronti della giustizia (nel mondo della criminalità si chiama omertà, in quello delle forze dell'ordine spirito di corpo, ma nella sostanza è lo stesso).
Giacomo Multinu