La Regione intervenga sulla scuola!

L'analisi del dirigente scolastico dell'Istituto comprensivo D. A. Azuni sulla situazione e sulle prospettive della scuola, in Italia e in Sardegna.
"Il mondo può essere salvato solo dal soffio della scuola". Recita così una frase tratta dal Talmud, un poderoso testo sacro dell'ebraismo che raccoglie leggi, regole e storie, presumibilmente datate tra il II e il VII secolo. Non di rado accade di essere condotti dalle letture quotidiane attraverso mondi lontani nel tempo e nello spazio e, per questo, fisicamente inarrivabili e inafferrabili. Talvolta, al contrario, accade anche d'imbattersi, in modo del tutto casuale e imprevedibile, in espressioni del pensiero che superano eccezionalmente ogni dimensione finita, assumendo per questa stessa ragione un valore assoluto e un significato reale nel nostro presente. Ecco allora come tale citazione può ascriversi indubitabilmente in quest'ultima categoria. La sua forza è tutta nella dirompente connotazione pedagogica rivolta alla società quasi che, ergendosi sulle proprie antiche origini, apparisse ad ogni tempo come un meraviglioso giacimento di saggezza e virtù. Non vi è ordinamento giuridico moderno che non stabilisca nella scuola il fondamento della coscienza civile di un popolo né intravvedo alcuna possibilità di opporsi alla certezza che la scuola rappresenti ancora il luogo privilegiato per imparare la democrazia.
Con tale tensione ideale ogni operatore della scuola muove passione, responsabilità e professionalità nella consapevolezza del proprio ruolo strategico per l'istruzione e la costruzione del sapere. Avverto razionali perplessità che altrettanto non stia accadendo in settori della società che sono determinanti per la definizione delle scelte di fondo, in cui trovano applicazione la qualità e l'impegno della funzione docente, la complessità della dirigenza scolastica e l'articolazione tutta del sistema nazionale d'istruzione.
Le regole dell'economia e del mercato hanno profondamente modificato la struttura della società e imposto un cambio di mentalità e prospettive. Persino la politica è finita in larga parte per soggiacere a logiche finanziarie transeuropee tendenti a garantire la competitività dei continenti - o parte di essi - in uno scenario globale. Ne è derivato un processo di cambiamento ancora in atto nella scuola italiana, all'interno di un virtuoso quadro normativo e regolamentare europeo che descrive la qualità e l'efficacia dell'istruzione e della formazione, solo se sarà in grado di perseguire «gli apprendimenti permanenti, la mobilità internazionale, di promuovere l'equità, la coesione sociale e la cittadinanza attiva, di favorire la creatività, l'innovazione e lo spirito imprenditoriale».
Da tale premessa è discesa ogni riforma della scuola italiana fino alla più recente legge finanziaria del governo di Giorgia Meloni che assai poco spazio, con mio grave rammarico, assegna alla scuola.
La legge di bilancio 2023, n. 197 del 29 dicembre 2022, infatti, dedica solamente 18 commi su 903 che compongono la prima parte del documento.
Non che si debba ritenere che non vi sia qualità in un'esigua quantità numerica, ma è pur legittimo interrogarsi, con obiettività e senza ragioni di appartenenza partitica, se il contenuto e le risorse finanziarie effettivamente impegnate corrispondano alle alte sfide della scuola italiana.
Ebbene non è proprio così! Di particolare interesse è l'articolo 557 della finanziaria che prevede l'innalzamento del numero minimo di alunni a 900 fino a un massimo di 1.000 per istituzione scolastica. Un parametro che vedrà le autonomie scolastiche in Italia passare dalle attuali 8.160 a 7.471 nell'anno scolastico 2024-25 e a 6.886 entro i prossimi sette anni. Ciò significa che l'aumento della popolazione studentesca per ogni scuola porterà ad un primo immediato taglio di 700 autonomie e a regime di 1.274.
Di primo acchito le scelte dell'attuale governo si configurerebbero come l'ultimo di una lunga serie di tagli, accorpamenti e fusioni, perpetrati dai governi di ogni colore politico: nel 1998 si è dato avvio alla ricerca della dimensione ottimale delle scuole con il DPR n. 233 che, stabilendo il numero ottimale di alunni/e tra 500 e 900, ha ridotto drasticamente le scuole italiane dalle 12.687 dell'a.s. 1998-99 a 10.702 dell'a.s. 2008-09. Nel tempo le scuole vanno così assumendo maggiore consistenza in termini numerici e di complessità, operando su più plessi dislocati in un vasto territorio, se ubicate fuori dai contesti urbani di città medie e grandi. Nel 2011 si mette ancora mano alla soglia minima di 500 alunni che passa a 600, derogando a 400 per le specificità geografiche di isole ed aree montane, proprio come nel caso del nostro Istituto Comprensivo; nel 2016-17 le istituzioni scolastiche sono ormai pari a 8.281 con un contestuale aumento del rapporto di alunni per ogni classe che ha prodotto una rilevante contrazione degli organici.
Una vera e propria mannaia pubblica si è abbattuta violentemente contro la scuola in nome del risparmio. C'è solo un dato che distingue la politica scolastica del governo Meloni da quelle precedenti ossia la volontà di reinvestire nella scuola stessa il risparmio stimato di 88 milioni di euro che maturerà fino al 2032, a fronte della soppressione di fatto di 1.274 autonomie. Il comma 558 della legge di bilancio prevede la redistribuzione delle economie derivanti dalla mancata assegnazione del personale tra dirigenti scolastici, direttori SGA e personale docente e Ata.
La rapida disamina di come siano cambiati i numeri della "dimensione ottimale" di una scuola è oggettiva e sta sotto i nostri occhi.
Parallelamente e distintamente si sviluppano altrettanti processi interni con il riordino degli indirizzi e la riorganizzazione dei curricoli, nonché esterni nel già richiamato contesto europeo a partire dalla significativa strategia di Lisbona. Il Consiglio europeo straordinario del marzo 2000 cercò di allineare le politiche dell'istruzione e della formazione al mutato sistema delle relazioni economiche e finanziarie globali e fissò «un obiettivo strategico per l'Unione europea: rafforzare l'occupazione, le riforme economiche e la coesione sociale nel contesto di un'economia fondata sulla conoscenza». È, dunque, sancito il legame indissolubile tra economia, finanza e scuola.
Questi livelli stanno mutando insieme? Le velocità dell'Italia e delle singole regioni del Belpaese sono le stesse della scuola che cambia in un'Europa in cui siamo richiamati ad ancorare l'economia alla conoscenza, quasi che si corra il rischio d'invertire le gerarchie di valore proprie di ogni Stato nazionale?
Alla fine di tali considerazioni, è questa la domanda generale e aperta a tutti, a cui ognuno potrà dare una sua personalissima risposta in base alla propria esperienza di vita, studi e professione.
Ma vi sono tanti altri interrogativi immediati e contingenti, da cui è impossibile rifuggire e a cui, nel breve spazio di quest'analisi, tenterò di dare un orientamento di senso.
Quali saranno le conseguenze di una siffatta operazione contabile? Quali ricadute avrà sui processi di insegnamento- apprendimento e sui livelli di competenze in uscita dai vari ordini di scuola? Quale modello di scuola si vuole disegnare in Italia e quale scuola vogliamo, in particolare, noi Sardi per la Sardegna?
Proviamo a disegnare uno scenario verosimile!
Ci sarebbero conseguenze diversificate nello stivale e isole con tagli maggiori per quelle regioni con minore incidenza di popolazione tra i 3 e i 18 anni, come Abruzzo, Basilicata, Campania, Calabria, Marche, Molise, Puglia, Sardegna, Sicilia, Toscana e Umbria. I piccoli Comuni fino a 10.000 abitanti soffriranno più delle altre città; ciò significa che almeno 7.000 campanili d'Italia non saranno in grado di avere una popolazione scolastica di almeno 900 alunni e si vedranno costretti ad affrontare l'accorpamento di scuole ubicate su territori anche lontani e caratterizzati da dinamiche socioeconomiche e culturali differenti. Le città non avranno vita più facile, considerata la condizione di sofferenza per numeri già oggi diffusamente superiori ai 1.000 studenti. Nasceranno maxi-scuole anche laddove, per la presenza di deficit infrastrutturali materiali e immateriali, sarà ragionevolmente difficile, se non impossibile, garantire la qualità del servizio. I divari territoriali tra le regioni d'Italia apriranno voragini all'interno del sistema nazionale d'istruzione con cui le giovanissime generazioni dovranno fare i conti.
La scomposizione del dato in Sardegna è un altro passaggio obbligato: attualmente operano nell'isola 231 dirigenti scolastici, di cui poco più di 50 reggenti di altrettante scuole; la popolazione studentesca è di circa 187.000. Se dovesse essere attuata la proposta del governo e calcolassimo la media di 900 alunni per scuola, otterremmo 207 autonomie scolastiche con un taglio di oltre 70 scuole e correlate contrazioni di personale. Un vastissimo territorio con pochi abitanti, lo spopolamento, una viabilità carente e un sistema di servizi non ancora in grado di favorire lo sviluppo caratterizza la realtà prevalente di tantissimi Comuni della Sardegna, perlomeno nelle aree interne. In essi come nelle zone disagiate d'Italia la scuola diretta dal dirigente scolastico, con tutte le sue componenti, rappresenta ancora un presidio fondamentale dello Stato e una prospettiva di crescita per le comunità locali.
Non solo, le mega-scuole comporterebbero un aggravio gestionale-organizzativo in capo ai dirigenti scolastici e alle segreterie: basti pensare che il personale Ata, in particolare i collaboratori e gli assistenti tecnici, dovrebbe operare in molti casi su più plessi o su sedi distanti; le problematiche connesse all'edilizia scolastica, la tutela della sicurezza nei luoghi di lavoro e il rapporto con i Comuni e le Province, quali enti proprietari. Sul fronte degli edifici scolastici, nonostante i poderosi sforzi del PNRR di adeguare gli ambienti alle più avanzate tecnologie, tuttavia registriamo forti ritardi: una semplice fotografia racconta che più del 60% delle scuole del Nord Italia è stato costruito prima del 1975; nel Mezzogiorno solo circa il 30% ha un certificato di agibilità.
Sarebbe possibile il rischio di uno sbilanciamento del carico di lavoro e di responsabilità dei dirigenti a discapito della sfera didattico-educativa e, quindi, della qualità dei processi didattici.
Poiché l'apprendimento è l'unica arma in grado di emancipare un popolo, esso è anche l'unico a poter combattere il male della dispersione scolastica; questo affligge la Sardegna, fanalino di coda in Italia, con una percentuale del 40% contro il 18% della media nazionale, lasciando ritenere molto preoccupante il rapporto di causa ed effetto tra bassi apprendimenti e abbandoni.
Oggi in Sardegna come nel resto d'Italia esistono ancora poli scolastici d'eccellenza e piccole scuole che assicurano elevati standard qualitativi del servizio. Potrebbe essere minata la sopravvivenza di tali realtà e non è evidentemente questa la strada maestra da seguire.
Ho il privilegio di essere un amministratore locale e dapprima consigliere provinciale di Olbia-Tempio: già nel 2010, mi opposi spesso con successo alla cancellazione delle autonomie scolastiche nei piccoli Comuni del nord dell'isola. Sempre invocai, in ogni sede, l'urgenza che la Sardegna si dotasse di una legge regionale per l'istruzione e la formazione professionale! Non ho mai condiviso che le scelte ragionieristiche del contenimento della spesa pubblica si anteponessero alla storia e all'identità dei territori. Oggi come ieri la storia si ripete, facendo aumentare in me la consapevolezza che i criteri e i parametri per il dimensionamento della rete scolastica a livello nazionale non possono essere gli stessi per tutte le regioni e per la Sardegna, in particolare. È iniquo oltre che stolto pensare che la dimensione ottimale di una scuola dell'area metropolitana di Roma possa valere, allo stesso modo, per l'Istituto Comprensivo Statale "Azuni" di Buddusò, che con tutta certezza si vedrà costretto ad allargare i confini al di là dei Comuni di Alà dei Sardi, Buddusò e Pattada.
Il legislatore regionale avrebbe dovuto in passato colmare un vuoto normativo pericolosissimo e definire le linee strategiche per il mantenimento e il rafforzamento della scuola sarda, alla luce delle grandi trasformazioni in atto a livello planetario.
Forse è giunto il momento di trarre insegnamento dalla storia di questi ultimi venticinque anni che ricomprendono anche la pandemia! Abbiamo il dovere di assumerci le responsabilità nei confronti dei nostri figli e di non colpevolizzare l'uno o l'altro partito politico. La politica stessa è una delle vittime di un sistema che la sovrasta e controlla; l'antipolitica ha spazzato via persino le poche energie sane che ancora avrebbero potuto nutrire di cultura politica una qualche sparuta, ma saggia iniziativa a favore della scuola! La politica e l'antipolitica sono entrambe fatte dalle donne e dagli uomini del nostro tempo.
Allora che fare?
Possiamo fare poche cose, ma essenziali per la sopravvivenza della scuola in Sardegna: in primis pretendere con decisione e urgenza una legge regionale sulla scuola che tenga conto delle specificità culturali, linguistiche, socioeconomiche, demografiche e orografiche dell'isola, derogando a parametri nazionali inadeguati e inapplicabili nei nostri territori.
Contrastare la povertà educativa, premessa alla disoccupazione soprattutto giovanile, al minor gettito fiscale e alle prestazioni assistenziali. Raggiungere le competenze richieste dall'economia, rendendole leva dello sviluppo economico e della crescita del PIL.
Realizzare il rilancio della scuola sarda e utilizzare, contrariamente all'indirizzo nazionale, il calo demografico quale solida argomentazione per ridurre il numero di alunni per classe e le dimensioni delle scuole. Promuovere un'alleanza di popolo che parli attraverso i Sindaci, ultimo baluardo dello Stato, gli operatori del mondo della scuola e la classe politica tutta, affinché sia garantito il diritto allo studio e le pari opportunità di accesso all'istruzione ad ogni giovane sardo, al pari dei suoi connazionali.
Pianificare nella peggiore delle ipotesi le compensazioni tra territori, così da salvaguardare le scuole autonome dei piccoli centri al prezzo di scuole più grandi nelle città, ove le condizioni lo consentano.
C'è ancora spazio per una proposta di questo tipo: le nuove regole saranno vigenti solo dopo l'adozione del decreto da parte del Ministero dell'Istruzione e del Merito entro l'estate 2023.
Giova ricordare che il sostantivo "istruzione" deriva dal latino "instruĕre", che significa "costruire". L'imperativo categorico è, dunque, difendere con tutte le forze e le capacità a disposizione la scuola anche come luogo fisico in cui sicuramente studieremo italiano, matematica o filosofia, ma dove impareremo soprattutto la democrazia, conosceremo noi stessi, saremo cittadini consapevoli dai quali dipenderà il futuro.
Solo così ciò che è stato finora impossibile, potrà essere possibile!
La scuola può davvero, con la sola leggerezza di un soffio, sorreggere la pesantezza del mondo.
Andrea Nieddu
Andrea Nieddu è dirigente scolastico dell'istituto comprensivo D. A. Azuni, che comprende le scuole di Alà dei Sardi, Buddusò e Pattada. È attualmente Sindaco di Berchidda ed è stato consigliere provinciale della provincia Gallura.