La Sardegna va a fuoco

Parlare delle catastrofi ambientali, naturali, economiche e sociali, legate agli incendi che ormai si ripetono da decenni in Sardegna, appare molto difficile, senza rischiare di ripetere analisi, controanalisi, ricerca di responsabilità e di soluzioni.
Catastrofico fu l'incendio di Curraggia, il 28 luglio 1983. Le fiamme partirono dal mare, si fecero largo tra strade, boschi e arbusti in direzione di Tempio fino ad arrivare nelle campagne di Bortigiadas e di Aggius, per poi propagarsi sulla collina di Curraggia, mandando in fumo 18000 mila ettari di terreno.
Accorsero soccorritori da tutta la Sardegna: uomini e mezzi del Corpo forestale dello Stato, dei vigili del fuoco e delle compagnie municipali antincendio. Alcuni di questi uomini furono improvvisamente accerchiati dal fuoco, che provocò 9 morti - tra i quali il nostro valoroso concittadino Salvatore Pala - e 15 feriti. Tra le cause che scatenarono le fiamme, l'opera dei piromani è una certezza. Le concause furono le alte temperature estive di quei giorni e il vento che soffiava impetuoso.
Gli ultimi disastri incendiari che hanno divorato il Montiferru, nell'oristanese, hanno interessato un'area stimata al momento in almeno 20 mila ettari. Partendo da questo dato, l'Ordine dei dottori agronomi e forestali della Provincia di Cagliari ipotizza una stima: «Se partiamo dalla cifra dei 20 mila ettari distrutti possiamo dire che l'ordine di grandezza è quello del miliardo di euro almeno». Perché, oltre alla vegetazione, le fiamme hanno divorato aziende, animali e un patrimonio ambientale di 70 anni. Tra i danni immediati, i roghi comportano la distruzione della sostanza organica dei terreni; la flora spontanea viene spazzata via; i naturali equilibri della fauna selvatica vengono spezzati perché gli animali selvatici scampati si concentrano in zone sempre più ristrette. Inoltre non bisogna dimenticare i rischi di alluvione.
Una prima riflessione riguarda il fatto che, come su tanti altri problemi della Sardegna e dell'intera Italia, si ricercano responsabilità e soluzioni dopo che i danni sono stati fatti, in molti casi in maniera irrimediabile. Viene, perciò, subito alla mente una parola semplice: prevenzione.
«La tecnologia per prevenire gli incendi esiste, ma in Sardegna viene snobbata», sostiene un esperto del settore. «Grazie all'utilizzo di tecnologie satellitari, di telecamere ad altissima risoluzione attive di giorno e di notte e droni di ultima generazione, è ormai possibile individuare l'insorgere di un incendio entro 120 secondi. Questo consente l'attivazione delle operazioni di spegnimento in tempi rapidissimi senza dunque aspettare ore come succede normalmente. In passato la tecnologia è stata utilizzata anche in Sardegna».
Sulla prevenzione continuano ad esserci discussioni; il sistema di telerilevamento precedentemente installato non aveva dato i risultati sperati, ma la tecnologia si è sviluppata e sistemi simili sono usati tuttora in altre regioni italiane da sempre colpite da incendi (Piemonte, Toscana, Lazio, Puglia, Basilicata e Calabria) e anche all'estero (in Spagna, Portogallo e Grecia). Un serio intervento di prevenzione appare necessario, soprattutto se si pensa che la Sardegna è una delle regioni italiane più colpite dagli incendi (727 solo nel 2018), di cui il 70% dolosi; proprio dal 2005 - anno della dismissione del sistema - gli incendi avevano ripreso ad aumentare. Oltre tutto, il telerilevamento non solo aiuta ad intervenire subito per spegnere le fiamme, ma agisce da deterrente verso chi vorrebbe appiccare roghi nelle zone boschive della regione.
Infine, è ancora accettabile che l'Italia non si doti di aerei (Canadair o simili) adatti ad affrontare simili emergenze, e sia costretta a chiedere aiuto ad altre nazioni vicine, come si è verificato nel Montiferru? (g.t)