Palestina: una questione di giustizia

02.11.2025

Quando, a settembre, l'Italia, e anche buona parte dell'Europa, è stata travolta da una scia di manifestazioni cosiddette ProPal, noi affezionati alla causa ci siamo detti: «finalmente!». Finalmente l'Occidente, sordo e quasi indifferente a 70 anni di genocidio, prendeva coscienza di cosa stava accadendo realmente. E di cosa sta accadendo tuttora.

Mi trovavo a Prato della Valle, quando, il 3 ottobre scorso, una folla umana invadeva una delle piazze più grandi d'Europa. Eravamo più di 50 mila persone a manifestare pacificamente per la giustizia di un popolo, per la pace, per i diritti umani. In quella piazza, dove ho spesso manifestato per questa e per tante altre cause, non c'erano solo attivisti, ma c'era uno spaccato della società: c'erano famiglie intere, giovani con figli piccoli o addirittura neonati, studenti delle superiori e universitari, c'erano precari e pensionati. C'erano davvero tutti ed è stato emozionante vedere una città intera fermarsi davanti a un'immane tragedia.

Eravamo lì ed eravamo certi di non essere gli unici, ma di essere parte di questa società civile che le ingiustizie le sta sentendo sulla sua pelle, che non può più stare in silenzio, che pretende una presa di posizione immediata. Una presa di posizione che però tarda ad arrivare, in primis da parte delle istituzioni europee. Ed è in questo quadro di totale mutismo politico che si inseriscono le azioni della società civile, delle ONG e dei cittadini comuni. Quando la politica non è stata capace di agire davanti ad un popolo letteralmente ridotto alla fame, lì è intervenuto l'ultimo barlume di umanità, quello che ci ha ridato la speranza in un mondo migliore: la Flottiglia.

Non starò qui ad annoiare i lettori con quanto già sentito e ripetuto sulle acque internazionali perché, esattamente come Israele viola il diritto internazionale occupando illegalmente territori non suoi, è altrettanto vero che lo stesso ha fatto e continua a fare nel mare di Gaza. In merito a questa vicenda vanno comunque sottolineati alcuni aspetti. Ancora una volta, di fronte a migliaia di bambini lasciati morire di fame e con gli aiuti umani tenuti fermi al valico di Raffah, la politica è rimasta inerme. Chi è salpato alla volta di Gaza I'ha fatto con intenti umanitari e non per portare scompiglio. Gli attivisti in quelle navi e in quelle barche sapevano benissimo di andare in contro all'inferno e così è stato. In Israele esiste la cosiddetta «detenzione amministrativa», in base alla quale, nell'unico stato democratico del Medio Oriente, si può arrestati e messi in carcere senza ricevere una formale accusa, semplicemente perché ritenuti pericolosi. E così è stato per gli attivisti. Il resto - le torture subite, i soprusi, gli atti con i quali sono stati scherniti - sono storie accessibili a tutti, che accomunano loro a ciò che avviene ogni giorno nei confronti di migliaia di civili palestinesi detenuti nelle carceri israeliane.

Ovviamente, davanti a questa scia di manifestazioni che hanno coinvolto non solo l'Italia, ma anche gran parte dell'Europa e del resto del mondo, la politica doveva forzatamente prendere posizione. Ed è così che ha preso piede l'inutile quanto colonialista piano di Trump. Anche se, in realtà, delle utilità le aveva, eccome!

Innanzitutto, preme sottolineare che la pace nella regione mediorientale è interesse di tutti gli attori presenti. Lo stato israeliano, in questi ultimi due anni, ha bombardato non solo Gaza e tutta la Cisgiordania, ma anche Siria, Yemen, Iran, Libano e persino Qatar. Tutto ciò ha avuto reazioni contrastanti. Da una parte, I'Arabia Saudita, storico alleato locale degli USA, ha recentemente firmato un accordo con il Pakistan, potenza dotata di armi nucleari, in base al quale, se uno dei due alleati dovesse essere attaccato, l'altro sarà obbligato a rispondere in sua difesa. Dall'altra, governi come quello Egiziano hanno accettato di buon grado l'accordo di pace di Trump. Un accordo siglato e studiato a tavolino esclusivamente tra potenze occidentali, tagliando completamente fuori la voce dei palestinesi. Qualcuno potrà osservare che, giustamente, Hamas, riconosciuto come un gruppo terrorista di estrema destra, non potrà mai essere il portavoce della popolazione palestinese. Ma questo ruolo, fondamentale e necessario, non può di certo essere rappresentato da Abu Mazen, leader della corrotta e inaffidabile Autorità Nazionale Palestinese. Questo vulnus e la dolosa volontà di non colmarlo hanno fatto sì che l'accordo di pace fosse sottoscritto tra le potenze occidentali e quelle del vicino oriente, più interessate alla loro sicurezza che a una giustizia reale. L'accordo prevede lo smantellamento della difesa locale e la sostituzione di Hamas con un governo di tecnocrati. Più precisamente, il piano presentato alla Casa Bianca, contempla l'istituzione di un Board of Peace, presieduto da Trump e composto da altri membri occidentali, tra i quali Tony Blair. L'Occidente avrà il ruolo di accompagnare la Striscia verso una graduale e progressiva smilitarizzazione da parte delle IDF, che dovrebbero lasciare la regione definitivamente. Nel contempo, saranno distrutti tutti i tunnel e gli apparati di Hamas, che non potrà in alcun modo avere voce in capitolo sul futuro dei Gazawi. La conditio fondamentale di tutto l'accordo è l'accettazione in toto da parte del gruppo palestinese di destra estrema, il rilascio degli ostaggi, la restituzione dei corpi e lo stop dei bombardamenti.

Monitorare questo processo di pace sarà compito di una Forza Internazionale di Stabilizzazione, composta da Stati Uniti e altri partner arabi, i quali collaboreranno con Israele ed Egitto per garantire la sicurezza. Il tema della stabilità viene inteso più come una materia da condividere con le potenze confinanti, come la Giordania e non una questione di sicurezza che, in qualche modo, potrebbe toccare i civili palestinesi, i quali saranno addestrati e potranno creare una loro forza di polizia indipendente. Altro compito della Forza Internazionale è quello di garantire il regolare afflusso di merci nella Striscia e il suo sviluppo economico, come descritto al punto 11, iI quale prevede la creazione di una «zona economica speciale, con tariffe preferenziali e tassi di accesso da negoziare con i paesi partecipanti», un po' in stile Aqaba. Una free zone dove trova spazio il sogno trumpiano di una Riviera del Medio Oriente e dove non c'è spazio per le centinaia di persone palestinesi sopravvissute al genocidio. Intere famiglie che hanno perso tutto, infrastrutture, case, università e ospedali. Il piano di Trump, che si estrinseca in un capitalismo sfrenato, altro non è che un progetto di colonizzazione occidentale. Come sottolineato dal Cardinal Pizzaballa, sembra che ci si stia preoccupando di ricostruire Gaza senza tener conto dei Gazawi.

I punti di Trump, molto generici e per nulla specifici, non si occupano di come ridare un futuro a una popolazione che, è bene ricordarlo, era già martoriata da tempo, rinchiusa in un lembo di terra senza il minimo rispetto dei diritti fondamentali, senza la libertà di poter uscire dalla Striscia né di poter pescare nel proprio mare, costantemente sotto controllo e internamente divisa delle numerose fazioni estremiste. Trump non si preoccupa di quelle donne che hanno subito episodi di violenza sessuale da parte dei soldati israeliani, di quei bambini che hanno visto i propri genitori morire sotto le bombe, di quei nonni sopravvissuti ai propri figli, che ora si dovranno prendere cura dei loro nipoti con enormi traumi psicologici. Trump - con il beneplacito dell'Occidente, la complicità di parecchi Paesi arabi e l'assordante assenza dell'Unione Europea - si preoccupa di come attrarre fondi per costruire appartamenti lussuosi sulle macerie delle case di quei poveri civili palestinesi che, è chiaro a tutti, non potranno ricomprarsele.

Attualmente, mentre scrivo questo articolo, Gaza non ha trovato pace: sostenendo che Hamas abbia ucciso un militare delle IDF, Israele ha compiuto l'ennesimo raid su Gaza, mietendo altre 100 vittime, ovviamente civili, ovviamente con il benestare di Trump, il quale ha confermato, anche in questa occasione ,il diritto di difesa della forza che occupa illegalmente i territori palestinesi.

Vorrei far notare dei dettagli importanti. Un soldato appartenente ad un esercito in guerra, secondo lo ius in bello, è una persona che «prende direttamente parte al conflitto armato». Di conseguenza, un soldato può essere un obiettivo legale. Un civile che non prendere direttamente parte alla guerra, che non aiuta attivamente e fattivamente gli attori parte del conflitto, non può essere deliberatamente obbiettivo di azioni di guerriglia. Eppure, dopo due anni, Israele viola impunemente il diritto internazionale. Se queste cose fossero successe contro un altro popolo, I'Occidente come avrebbe reagito? Sino ad oggi non è stata istituita nessuna Giornata della Memoria e, per contro, ci sono ancora molte persone che non credono al genocidio. Come che quella sul genocidio sia una teoria complottista o implichi, in qualche maniera, la negazione del-l'Olocausto.

Desidero sottolineare e ricordare che il governo di quella che mi piace chiamare ironicamente «l'unica democrazia del Medio Oriente» è guidato da un personaggio nei confronti del quale la Corte Penale Internazionale ha emesso un mandato di arresto per crimini contro l'umanità e crimini di guerra. Dello stesso mandato è stato oggetto Gallant, ex ministro della difesa israeliano, recentemente dimessosi.

Se questo non dovesse bastare, a dimostrare che dietro quei crimini c'era e c'è ancora un intento genocidario, ci hanno pensato le numerose analisi di Francesca Albanese, Special Rapporteur delle Nazioni Unite. Tramite i suoi studi, la dottoressa Albanese ha dimostrato che quei crimini vengono commessi con il chiaro intento di «distruggere, in tutto o in parte, la popolazione» palestinese.» Questo ultimo punto costituisce la cosiddetta mens rea, necessaria per il riconoscimento del genocidio. Se le parole e gli scritti della funzionaria dell'ONU non facessero così paura ai sostenitori di questo abominio, probabilmente la stessa non sarebbe stata raggiunta dalle sanzioni imposte dal governo di Trump, prima e unica volta nella storia delle Nazioni Unite. Lasciatemi esprimere tutta la mia solidarietà nei confronti dell'Albanese, diversamente da quanto fatto dal nostro governo e quello di altri paesi occidentali.

In ultimo, vorrei sottolineare due aspetti che ritengo essere importanti.

Da una parte, è necessario ricordare che i bombardamenti, le occupazioni illegali, gli arresti indiscriminati e le uccisioni mirate nei territori occupati della Cisgiordania non si sono mai placate. Anzi, in questi ultimi due anni, le occupazioni illegali sono aumentate e con esse tutta la violenza che ne consegue. Invito a vedere il docufilm "No Other Land" che mostra ciò che io stessa vidi con i miei occhi: mezzi israeliani che radono al suolo case, scuole e altre strutture davanti agli stessi civili palestinesi. Quelle urla strazianti di oggi,sono le stesse di 70 anni fa.

Non esiste alcuna volontà politica di creare e lavorare per l'idea del "Due Popoli Due Stati". Nessun attore politico coinvolto ha questo interesse e sappiamo benissimo che, se veramente il programma di Trump prenderà piede, la popola-zione di Gaza sarà protagonista di una nuova Nakba, ovvero un nuovo esodo di profughi Gazawi.

Il secondo punto di cui vorrei parlare - e del quale quasi nessuno sta parlando - riguarda un breve cenno alla politica mediorientale. I paesi confinanti con Israele, ma anche quelli più lontani, sembrano essere mossi da motivi più economici che non dalla cosiddetta "fratellanza mussulmana". Una delle cause del loro basso profilo va ricercata nel legame che c'è tra le economie locali e il governo americano. Inoltre, rei di quanto èsuccesso negli anni Novanta e Duemila, i regnanti mediorientali sono piuttosto spaventati all'idea di essere dipinti come i prossimi finanziatori del terrorismo, contro i quali scatenare la guerra giusta occidentale.

Ma ancor di più, pesa l'assenza dell'Autorità Nazionale Palestinese, ovvero un'enclave di corrotti, completamente disinteressata al destino del suo popolo, incapace di far sentire la sua voce.

In questo contesto va inserita la recente decisione di Netanyahu di non liberare Marwan Barghouthi. Egli è il leader più popolare ed è visto come una figura unificante all'interno della popolazione palestinese. È favorevole all'idea dei due Stati e a una convivenza pacifica. Il suo ruolo potrebbe fare da collante tra il mondo di Gaza, governato dal partito di destra di Hamas, e quello della Cisgiordania, con la sede di al-Fatah a Ramallah. Ha una lunga esperienza politica alle spalle. Ritenuto dai tribunali israeliani un terrorista, è stato condannato a cinque ergastoli. La sua liberazione è auspicata da gran parte della resistenza palestinese. Ma un popolo unito fa paura al governo israeliano, così come fa paura un partito progressista, diversamente da un partito integralista e di destra, come Hamas. Avere come nemico un estremista farà sembrare la guerra più giusta o giustificabile, ma la realtà dei fatti è che in questa guerra c'è un paese occupante che prova ad annientare brutalmente una popolazione, prendendone di mira costantemente e continuamente civili inermi e disarmati.

Inoltre, avere un leader significherebbe, per Gaza e per la Palestina, avere una guida e una rappresentanza in quei tavoli di pace dove si decide il destino di quel popolo che sino ad ora non ha mai avuto giustizia. Noi stessi non ci siamo liberati dal fascismo grazie alla benevolenza americana, ma siamo stati capaci di ricostruire il nostro Stato e di scrivere la nostra bellissima Costituzione grazie alla volontà dei Partigiani, dei leader che hanno guidato la resistenza, dei singoli civili che non si sono piegati alle logiche inumane del totalitarismo.

La conclusione di questo articolo non può che riprendere il suo incipit, ricordandoci che la resistenza, palestinese e non solo, siamo anche noi, che diamo voce a chi, in questo momento, ha so-lo lacrime per piangere il proprio popolo.

A quanti ci dicono che scendiamo in piazza solo per la Palestina, vorrei rispondere che la questione palestinese è come la pietra miliare dei diritti umani. È un'assurda violazione dei diritti fondamentali, iniziata proprio quando il mondo si rendeva conto dell'altrettanto assurda tragicità dell'Olocausto e costruiva il sistema di prevenzione e tutela della dignità umana.

La questione palestinese e la totale impunità dei carnefici israeliani è l'incomprensibile giustificazione della crudeltà umana. Risolverla significherebbe prendere in considerazione diritti fondamentali, come quello all'autodeterminazione, e renderli effettivi.

Il dovere morale di porre fine a questo genocidio avrebbe come conseguenza il riconoscimento che la logica del più forte non può governare il mondo e che questa logica non può essere né giustificata né perseguita tanto in Palestina, quanto in Sudan, Afghanistan o in qualsiasi altro Stato.

La soluzione della questione palestinese merita giustizia. Merita che i coIpevoli e quanti ora si sentano in grado di perseguire qualsiasi tipo di atrocità siano puniti, con una punizione non crudele, ma rispettosa di quella dignità che loro stessi hanno e stanno brutalmente denigrando e che ci appartiene in quanto esseri umani. E proprio perché apparteniamo tutti alla grande famiglia umana e Dio ci ha fatto la grazia di farci nascere in un paese democratico e libero, la questione palestinese dovrebbe interessare tutti noi.

E come sempre, Restiamo Umani.

Marina Zucca