Quale scuola per l'Italia?

03.01.2026

Il 9 dicembre scorso, sul sito del Ministero dell'Istruzione e del Merito, è apparso il seguente comunicato: «Con la firma delle nuove Indicazioni nazionali si volta pagina. Dal prossimo anno scolastico vi sarà il ritorno della centralità della storia occidentale, la valorizzazione della nostra identità, la riscoperta dei classici che hanno contraddistinto la nostra civiltà. Ripristiniamo inoltre il valore della regola, a partire da quella grammaticale, e del latino. Ciò non costituisce il ritorno a un passato superato. Regole grammaticali e latino rappresentano fondamenti che consentiranno ai nostri ragazzi di crescere consapevoli della nostra lingua, con maggiore padronanza espressiva e più forte pensiero critico. Al tempo stesso innoviamo i programmi di matematica e scienze perché, partendo dal reale, possano appassionare i giovani, e mettiamo al centro la cultura del rispetto e della lotta contro ogni discriminazione». Così il ministro Valditara.

Abbiamo letto con attenzione le cento pagine delle nuove Indicazioni Nazionali, ma, alcune espressioni del Ministro per l'Istruzione, sulla Storia, sulla nostra identità, sulle regole, profumano molto di slogan e di propaganda ideologica.

A Scuola si volta pagina?

«Solo l'Occidente conosce la Storia». Questa frase compare a pag. 54, e appare così assurda che il Coordinatore per la stesura dei testi per la Storia - Ernesto Galli della Loggia - è stato costretto ad alcune precisazioni, lamentando che «da giorni siamo accusati di aver sostenuto che solo i Paesi occidentali hanno una storia». Per evitare le accuse, sarebbe stato forse più semplice non scrivere quella autentica castroneria.

Non possiamo ovviamente approfondire il documento per motivi di spazio, ma i richiami alla nostra Identità e alle Regole ricordano alcuni slogan molto cari alla propaganda dell'area politica del Governo di cui il Ministro fa parte.

Possiamo però dire che ben altri sono i problemi della Scuola italiana da affrontare e risolvere con gli interventi necessari.

L'Italia continua a essere uno dei Paesi europei che investe di meno nell'istruzione. Lo confermano gli ultimi dati Eurostat, aggiornati nel 2025 e riferiti al 2023, che mostrano un quadro molto chiaro.

L'Italia destina all'istruzione solo il 7,3% della spesa pubblica totale. La media dell'Unione Europea è 9,6%. In rapporto al PIL, investiamo 3,9%, contro una media UE del 4,7%.

Siamo in fondo alla classifica, insieme ai Paesi che dedicano meno risorse alla scuola, all'università e alla formazione.

E questo ha conseguenze dirette sulla vita delle persone: significa meno tempo pieno nelle scuole, meno insegnanti, meno servizi per l'infanzia, meno orientamento e formazione tecnica, meno opportunità per i giovani, soprattutto al Sud e nelle isole.

Per quanto riguarda i docenti, i contratti a termine rilevati a settembre sono già 182 mila, di cui 121 mila di sostegno. Le assunzioni effettuate dopo 2 concorsi PNRR hanno lasciato scoperte 23.200 cattedre, oltre il 40% dei posti utilizzabili. La conferma dei supplenti di sostegno ha riguardato solo il 24% dei posti, dati ben lontani dalla garanzia della continuità didattica. Oltre il 30% del personale ATA è precario e il numero è destinato a crescere ulteriormente dal momento che il Ministero assume solo sui posti lasciati liberi dai pensionamenti senza prendere in considerazione tutti i posti che si liberano per altri motivi

Molti edifici sono vecchi, insicuri e inadeguati alle esigenze didattiche (frequenti crolli di calcinacci). Molte classi superano i 27 alunni, rendendo difficile l'apprendimento.

La dispersione scolastica, con fenomeni di abbandono implicito (mancanza di competenze) ed esplicito, resta un problema, legato anche alla mancanza di reti sociali.

Infine, ma non meno importante, la scuola fatica e molte volte trascura la formazione della cittadinanza consapevole.