Savatore Satta: l'infaticabile disponibilità

Qualche anno fa, quando a Pattada era venuto da Sassari il maestro Daniele Manca per fare l'istruttore di tennis, capitava spesso, anzi spessissimo, che dopo gli allenamenti salissimo all'albergo per mangiare una pizza. Un appuntamento fisso, bisettimanale. Arrivavamo in pizzeria sempre tardi, dopo le dieci, alla fine delle lezioni. Ma l'accoglienza di Salvatore Satta era sempre la stessa: gentile e disponibile. Dopo la pizza, ormai era tardissimo. Spesso rimanevamo solo noi e lui. Gli altri dipendenti erano già andati via e avevano anche già chiuso i cancelli. Ma anche se era tradissimo, e lui era rimasto solo, insisteva per offrirci il digestivo avvicinando i boccioni di mirto, limoncello e acquavite. Come ha sempre fatto con tutti. A volte si sedeva con noi, tante altre restava in piedi, come se fosse allergico alla sedia. E raccontava le sue storie ed i suoi aneddoti, che noi ci gustavamo divertiti e ammirati. La sua vita e le sue mille trasformazioni. L'infanzia e il lavoro in campagna fin da piccolissimo. Il viaggio in Germania e i doppi lavori contemporaneamente. La vita da emigrato e i «soldini» messi da parte. Il rientro. Un bizzarro e comico colloquio per diventare finanziere. Surreale. L'inizio dell'attività di ristorazione con la tavola calda in via Vittorio Emanuele. La tavola fredda in Su Sotziu. La Pineta. E poi la grande conquista della città, di Sassari, con tutti i locali a creare quasi un monopolio. E ci raccontava dei suoi locali da ballo, sempre a Sassari. Lui - raccontava - chiamava anche personaggi famosi per fare concerti. Anzi, lui diceva "i Nomi". Diceva: "Eh, portavo anche i Nomi per fare le serate". E a volte gli faceva fare la doppia serata. Prima Sassari e poi Pattada. O viceversa.
Raccontava la sua vita con enorme semplicità e un orgoglio ancora più grande. Ma non con la spocchia di chi vuole mostrare di aver avuto successo. Raccontava con naturalezza e anche un po' di stupore. Lui stesso si stupiva di tutto quello che era riuscito a fare, e ne sorrideva. Si gustava quei ricordi mentre ce li raccontava, sorridendo.
E ci raccontava delle macchine che ha avuto. Della Maserati che ha riportato qualche anno fa a Pattada. O della Porsche, quella Porsche che tutti abbiamo ammirato parcheggiata per anni e anni fuori dall'albergo, abbandonata. Il mito narra che sia stata abbandonata lì perché lui non trovava più le chiavi. E, sempre secondo il mito, con quella Porsche Salvatore caricava la legna per le pizzerie.
Poi c'erano tutti quei quadri, nella sala ristorante dell'Albergo. Quando ero più piccolo erano un'infinità, appesi tutti l'uno attaccato all'altro, ed era la prima cosa che colpiva qualsiasi cliente. Erano obiettivamente troppi. Molti provenivano dai locali di Sassari. Quando comprava un locale spesso acquistava anche tutto ciò che c'era dentro, inclusi i quadri. Quelli che gli sembravano più belli o di valore li portava a Pattada. Qualche quadro invece glielo donavano direttamente gli artisti, che ricambiavano la sua ospitalità da moderno mecenate.
Era già ottantenne, ma continuava a fare i suoi progetti per il futuro. Da noi, per esempio, si informava sui campi da tennis. Quali dimensioni e, soprattutto, quale costo di costruzione. Aveva anche chiesto qualche preventivo, per costruirlo vicino all'Albergo.
Ore e ore di chiacchierate. Ascoltando i suoi racconti superavamo, spesso e abbondantemente, la mezzanotte. Andavamo via e chiudevamo il cancello, come si fa quando si va via da casa di un amico e non da un locale.
Anche tra i dipendenti ha sempre lasciato un ricordo simile. Mi raccontano di quanto fosse gentile e premuroso. Che quando finivano un servizio, anche il più estenuante, lui si preoccupava sempre di preparare un pasto caldo: un bel piatto di rigatoni o una fettina ai ferri con insalata. E anche con i dipendenti, ad accompagnare il pasto, c'erano le sue mille avventure, che tutti restavano ad ascoltare nonostante la stanchezza. «Sono tanti gli insegnamenti che ci ha la-sciato. Ma le cose che con-serverò sempre saranno la sua ospitalità e la sua ge-nerosità, motivo per cui è tanta la gratitudine nei suoi confronti».
Quando si è diffusa la triste notizia della sua morte sono rimasto un po' scioccato. E così, credo, buona parte della nostra comunità. Perché Salvatore Satta non era solo un uomo. Era un'istituzione del nostro paese. Era una certezza. Una figura eterna, circondata da un'aura mitica e sovrannaturale. Con i superpoteri e le leggende sul suo conto. L'ubiquità, per esempio: la capacità di gestire un matrimonio a Pattada, far parcheggiare correttamente le auto al Mandingo a Sassari e trasportare sedie e stoviglie tra Sassari e l'albergo; tutto nello stesso momento. O le mani magiche, di amianto, capaci secondo la leggenda di immergersi nell'olio bollente per girare le seadas o di afferrare, senza nessuna protezione, come un fachiro, il porcetto appena sfornato per tagliarlo ancora fumante.
Pattada deve molto a Salvatore Satta. Lui ha contribuito a far conoscere il nome del nostro paese. Ha dato lavoro. Non c'è una sola famiglia pattadese, forse, in cui almeno una persona non abbia mai lavorato all'albergo. Io stesso l'ho fatto.
Ma, soprattutto, Salvatore Satta questo paese lo ha trasformato e lo ha modernizzato con i suoi locali, offrendo alternative all'avanguardia che non avevano eguali in nessuno dei paesi limitrofi, e non solo.
Ed è giusto che lo ricordiamo, perché la memoria è la prima fondamentale forma di ringraziamento.
Giacomo Multinu